Single al supermercato

Sono ferma davanti uno scaffale del supermercato con il mio tubino nero e il tacco 12 poco adatti al contesto, ma devo andare a una cena e approfitto del largo anticipo. Qualche donnina, preoccupata, mi guarda come se stessi ammiccando al marito che mi lancia sguardi di approvazione, ma io non me ne curo e penso al vino da portare alla padrona di casa come cadeau. A parte le signore sospettose, nessun altro mi punta apertamente, anche perché il cappotto che indosso impedisce al tubino nero di essere ammirato nel suo splendore, e di mettere in risalto le forme del mio corpo in modo indecoroso. Se non fosse per le scarpe rosse mi guarderebbero tutti come fossi una brava ragazza, e invece, quel colore acceso, unito al tacco che mi slancia le gambe, distoglie l’attenzione dal rossetto, rosso, che rappresenta il secondo indizio che fa la prova: sono una donna facile, glielo leggo negli occhi, anche se non tutti mi fissano spudoratamente. Per loro sono un donna facile senza possibilità di appello, anche se non ricordo l’ultima volta in cui ho guardato un uomo, tuttavia me ne farò una ragione, dei commenti taciti e del fatto che non abbia un uomo. Alla cassa le cose non migliorano: c’è un’altra donnina, tutta in tiro anche lei, ma non ha scarpe rosse tantomeno gambe in bella vista. Prendo la scusa, con me stessa, che ha il carrello pieno di roba (non mi va di ammettere che mi dà fastidio come mi guarda) e cambio fila e cassa. Ed eccolo lì, doveva succedere. Tipo figo da paura con marmocchio al seguito. Non porta la fede, per cui lo autorizzo tacitamente a squadrarmi dalla testa ai piedi con sguardo lascivo. Non so se essere lusingata o imbarazzata, ma lui sembra più confuso di me, mentre cerca, probabilmente, di scacciare chissà quale pensiero malsano dalla testa. Si capisce che è separato da poco non tanto per l’aria smarrita da cucciolo indifeso, ma dal fatto che infonde una dolcezza esagerata al figlio, che accoglie le coccole in eccesso quasi per tranquillizzare il padre, come a dirgli “papà, stai tranquillo, va tutto bene”. Provo a non farmi intenerire dalla scena, e mi distraggo guardando i prezzi delle chewing-gum esposte vicino la cassa, ma l’ovetto di cioccolato del bimbo non passa, il codice a barre è sbiadito, e io sono costretta a tornare alla realtà. La cassiera chiede aiuto a un collega, mentre il tipo, con lo sguardo, implora il mio perdono per l’attesa. Nell’incrociarsi, i nostri sguardi restano incagliati in un groviglio immaginario di promesse e rinunce; attimi, forse frazioni di secondi, durante i quali mi passa tutta la possibile vita futura davanti: io e lui in riva al mare a sorseggiare un Mojito, primi baci, messaggi del buongiorno e della buonanotte, week end rubati tra lavoro e impegni vari. La vita continua a scorrere, e va avanti come la pellicola di un vecchio film: i baci appassionati sono diventati buffetti sulla guancia, e le notti di sesso sfrenato si sono trasformate in serate a guardare “C’è posta” per te con la copertina sulle ginocchia. Fino a qui posso reggere, ma poi penso ai messaggi del buongiorno che non arrivano più, alle chiamate sempre più diradate, e ai suoi like su fb alle altre, agli accessi di WhatsApp alle tre di notte quando, la buona notte, me l’aveva data due ore prima. E poi, per concludere, lui non è più sicuro di niente e deve capire, perché deve pensare al suo bambino mentre si scopa le altre.

Mi sento mancare: per fortuna l’ovetto Kinder passa ai controlli, lui temporeggia un altro po’, rivolge un ultimo sguardo alle scarpe, poi al rossetto passando per i fianchi e va via, confuso, tenendo il piccolo per mano.

L’ho scampata anche stavolta, e anche lui, che sicuramente avrà visto lo stesso film.

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