Single al centro commerciale

Al centro commerciale dove vado di solito, il carrello per gli acquisti voluminosi non entra dentro l’ascensore. L’ho scoperto a mie spese, quando l’oggetto in questione restava fuori di pochi centimetri e le porte non si chiudevano. – Niente di grave – mi sono detta – scendo dal rullo mobile – tra l’altro sono con la mia amica Marina che mi può aiutare, se non fosse che sul carrello c’è scritto che è vietato trasportare il suddetto sulle suddette scale mobili. Quindi, ricapitolando: come lo devo trasportare questo cavolo di carrello? Ah si, potrei percorrere i corridoi del centro fino all’uscita centrale, chiedere a Marina di scendere al posteggio, spostare l’auto e aspettarmi fuori. Si può fare, rifletto, tuttavia constato che l’oggetto voluminoso in questione è un materasso, e da sola è un’impresa non da poco. Altra soluzione: Marina potrebbe aiutarmi a trasportare il materasso e poi andare a prendere l’auto, ma non posso chiedere alla mia amica di fare avanti e indietro, senza considerare il fatto che siamo venute per compare un rossetto, questo proprio non glielo posso fare. E’ poi è una questione di principio; se dentro l’ascensore il materasso non entra, non è di certo colpa mia! Alla fine io e la mia amica Marina, disperate, decidiamo di compiere l’efferato reato e posizioniamo il carrello sul rullo, ovviamente con il materasso sopra. Per fortuna nessuno ci richiama all’ordine…solo che il carrello pesa tantissimo, e sul piano pendente su cui mi trovo rischio di tranciarmi il quinto dito. Va beh, tanto non mi serve a niente. Ma non è finita qui. Per prendere il carrello acquisti ingombranti ho dovuto consegnare come cauzione la mia carta di identità, per cui, una volta riposto il materasso in auto, devo tornare sopra e fare il percorso inverso, da sola. Mi sento male, ma da vera guerriera mi dirigo verso il mio destino. Riprovo con l’ascensore, immaginando che forse non era il carrello ad entrare, ma il materasso. Do un’altra possibilità a questo genio di architetto che ha progettato il centro commerciale, ma resto delusa: il carrello non entra davvero, e tutto per pochi, pochissimi centimetri! Non ho scelta: mi aspetta lo scivolo mobile, stavolta in salita. Sono forte e sportiva, io! Questo è ciò che ripeto a me stessa sperando di non essere travolta indecorosamente dal carrello, sotto lo sguardo di metà della popolazione palermitana. Tuttavia il mio istinto di sopravvivenza mi viene in soccorso, e riesco a restare in piedi anche se in modo basculante. Ma non è finita qua: una volta giunta in cima, devo spingere il carrello velocemente per evitare che si incastrino le ruote nel rullo, e rischi di subire una sorta di rinculo che mi riporterebbe al punto di partenza, ovviamente rotolando. Mantengo la calma, o almeno ci provo. Come in un film horror, ruoto lentamente la testa da una parte e dall’altra con il cuore che mi batte a mille, sperando che non ci sia in giro qualche conoscente che potrebbe raccontare la brutta figura che si sta per consumare. Improvvisamente, la pellicola horror si trasforma in un romanzetto rosa, tipo Rosamunde Pilcher o cinquanta sfumature di qualche cosa, e mi viene in mente subito mia nonna: “ogni impedimento è giovamento” diceva o “non tutti i mali vengono per nuocere”. Finalmente è tutto chiaro e il disagio dell’ascensore acquista senso: è successo tutto affinché incontrassi lui, questo tipo brizzolato e il sorriso da cucciolo smarrito che, venendomi incontro, afferra il carrello, il mio braccio e la borsa che mi stava per cadere a terra. Resto in silenzio, mentre i nostri sguardi si incrociano intessendo un discorso infinito ed intimo. In cima ci aspetta il panorama più bello del mondo, ed io non vedo l’ora di ammirarlo mano nella mano con lui, tuttavia constato che non è il panorama ad attenderci, bensì la moglie, che mi incenerisce con lo sguardo. Non volevo, non lo sapevo, riprenditi tuo marito, ma chi gli ha chiesto niente, che poi, a guardarlo meglio, non è poi così carino. Nonnina mia, mi dispiace, ma stavolta non posso darti ragione; gli impedimenti la maggior parte delle volte sono solo impedimenti, e a me non resta che maledire l’architetto e il suo piccolo ascensore.

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