La verità, vi prego, sull’amore

 

Foto di Daniela Pennino 

 Io, l’uomo della mia vita, l’avevo incontrato. Si chiamava Piero, ed aveva gli occhi neri come il carbone. Era dolce ma allo stesso tempo tenebroso, e sapeva essere deciso e comprensivo. Lo amavo così tanto che avrei rinunciato alla mia individualità per stare con lui, e avrei anche imparato a stirare le camicie e a cucinare la pasta al forno. Era quello giusto, pensavo di esserne sicura, ma mi dissero che ne avrei incontrati altri che mi sarebbero piaciuti di più, che lui avrebbe conosciuto altre che le sarebbero piaciute di più. Accettai il consiglio e aspettai. Aspettai. Aspettai. Inutilmente. Ad oggi, non ho ancora incontrato nessuno perfetto come il mio Piero, perché tutti gli altri, nel tempo, non hanno retto il confronto. Forse è arrivato il momento di dimenticarlo, andare avanti e togliermi dalla testa il ricordo della sua immagine, con il grembiulino blu, il cestino della merenda tra le mani e il sorriso più bello del mondo

Sono cresciuta con l’ideale del bello e tenebroso, disponibile ma non troppo, aperto al dialogo ma capace di trasformare i lunghi silenzi in arme taglienti. Mi hanno persuasa che, quello giusto, non fosse accessibile e che avrei dovuto faticare per conquistarlo, come se l’amore fosse una guerra e non una passeggiata in riva al mare. Sono andata avanti con questa convinzione, scartando i pretendenti con determinazione e fermezza. Piero, con la merendina sbriciolata e le labbra sporche di latte, non era all’altezza di quei canoni. Eppure a me piaceva, e mi faceva battere il cuore. Con gli anni, l’idea che mi avessero traviata divenne un dato di fatto, ma ormai era troppo tardi. I migliori se ne erano andati, e a me restavano gli scarti delle altre. L’esercizio a cercare il pathos nelle relazioni d’amore, con il tempo, cominciò a diventare il modus operandi della mia vita amorosa. Se un uomo era troppo disponibile, perdevo interesse oppure diventavo sospettosa. Quest’abitudine a complicare sempre tutto, mi ha trasformata in quella che sono oggi, un’anoressica sentimentale che fatica ad accettare che i tempi del bello e impossibile sono passati, senza distinzione di sesso ed età. Tuttavia, malgrado la mia indole, adesso ho bisogno di normalità, di presenze, di appuntamenti rispettati, di punti fermi, di pacche sulle spalle e non solo sul culo. Non mi servono più i “per sempre felici e contenti”, perché funzionano, si, ma solo nelle favole che non finiscono. Non voglio certezze, promesse o dichiarazioni d’intenti, e neanche di parole su parole; ho bisogno di frequentare brave persone, che mangiano e fanno molliche, di sapere che esistono donne che si svegliano arruffate e uomini che si emozionano anche al secondo appuntamento. Ho bisogno, abbiamo tutti bisogno di un secondo appuntamento, perché di infiniti primi e ultimi ne abbiamo i ricordi pieni. Siamo tutti persone, non super eroi, e forse questa mancata accettazione della nostra convenzionalità è la causa delle nostre idiosincrasie. Abbiamo bisogno di accettarlo, di non vergognarci se a volte “non ci arriviamo” o pensiamo di non essere abbastanza, soprattutto se spostiamo i nostri limiti sempre più in là, dove non possiamo approdare. Abbiamo, ho bisogno di capire se al mondo esiste qualcuno disposto ad uscire dalla vetrina, per sapere se posso continuare a sperare, oppure se devo metterci una pietra sopra definitivamente e puntare su un’altra vita.