La fidanzata del deejay (parte seconda)

Ettore si distingueva dalla massa di trogloditi che invadevano il locale perché aveva l’aria distinta e l’espressione da cucciolo smarrito. Passeggiava nervosamente da un angolo all’altro della sala d’attesa, con lo smartphone tra le dita e le cuffie conficcate nelle orecchie. Indossava un abito nero molto elegante, che sottolineava le forme di un fisico asciutto e proporzionato. Anche da lontano, riuscivo a percepire in quella figura armonica e gesticolante una classe rara, che in quel luogo ai confini della realtà ristabiliva gli equilibri. Aveva l’aspetto di un manager trafelato che trascorre le sue giornate tra una capitale e un’altra, mentre l’amante di turno lo aspettava in lingerie, sdraiata in pose sensuali su un lussurioso letto d’albergo. Mentre confrontavo la cifra sul mio biglietto con quella contrassegnata sul cartellone, il probabile manager si avvicinò e mi porse il suo. – Scusa, a che punto sei con il turno? Io devo andare via, non posso aspettare oltre. Ho il numero 50, se il tuo è più alto ti cedo il mio- Che nella mia testa, risuonava più come – Sei la ragazza più bella che abbia mai visto nella mia vita. Ho il cavallo posteggiato fuori, vuoi fuggire con me? – L’ultimo briciolo di dignità rimasto sulla mia pelle, mi sottrasse dalla figuraccia di sembrare una poveretta incapace di intendere e volere. Tornai alla realtà con uno scatto della spalla che mi fece sembrare ancora più ridicola di quanto potessi apparire e biascicai un inutile – Grazie mille – 

Era bello, da morire, non tanto per gli occhi neri e profondi, ma per il modo che aveva di sorridere anche restando serio. Gli sorrideva la faccia, e aveva un profumo che ti rimetteva in pace col mondo. Accolsi il biglietto tra le dita, e lo guardai per l’ultima volta mentre varcava la soglia dell’uscita. Del resto, cosa avrei potuto fare? Io ero solo una ragazza ordinaria, che giusto quel giorno aveva deciso di concedersi una pausa dal trucco e parrucco, e si era ritrovata al centro di un comunissimo ufficio con le borse negli occhi e la dignità sotto un paio di comunissime scarpe da ginnastica. 

Giunta in strada mi scrollai di dosso quella sensazione di fastidio mista a insofferenza e lasciai che il calore di quella mite giornata invernale mi riportasse tra i comuni mortali. Mentre trafugavo dentro alla borsa nella ricerca delle chiavi, la mia attenzione fu catturata da un gruppetto di persone vestite tutte in tiro all’angolo di una chiesa poco distante dal parcheggio della mia auto. Mi ritrovai a intonare una sgangherata marcia nuziale, sognando di essere la sposa attesa all’altare con un costosissimo bouquet tra le mani. Tornai subitaneamente in me stessa vergognandomi dei miei vaneggiamenti, manco fossi una comune e squallida desperates whifehouses. Troppo tardi; sulla soglia di un’insolita fase rem, mi girai di scatto e me lo ritrovai davanti. Era lui, in tutto il suo splendore e io, giuro, sentii suonare le campane, poco importa fossero quelle della chiesa in cui si stava per celebrare un matrimonio. – Ma che fa, mi segui?- Stavolta sorrideva, davvero, eccome. – No, no – Farfugliai, provando a nascondere in modo impacciato l’imbarazzo di quel fortuito incontro. – Alla fine ce l’hai fatta? Se avessi immaginato che il turno era così veloce sarei rimasto – Continuò a mostrare i denti, e io cominciai a credere, anzi a sperare, che quel sorriso fosse dedicato a me. Senza aggiungere altro, mi prese per mano e mi portò davanti alla chiesa, senza preoccuparsi che, nel frattempo, mi era caduto in terra un terzo del contenuto della borsa lasciata incautamente aperta. Mi sentivo frastornata e temevo che, da un momento all’altro, sarebbe suonata la sveglia. Non suonò, e io continuai a sentire le campane mentre goffamente mi accingevo a raccogliere le chiavi, il cellulare, i Tampax e tutto ciò che si era rovesciato in modo indecoroso. Che figura di merda, pensai, ma lui sembrò, per la seconda volta, non curarsi della mia catastrofica goffaggine. – Oggi si sposa un mio amico – Disse tutto d’un fiato. Altro che manager, commentai tra me e me. – Ecco perché sono conciato come un damerino – Leggendomi nel pensiero, mi spiegò che aveva approfittato della vicinanza della chiesa all’ufficio dell’Inps per sbrigare una faccenda. – Ma come vedi, non ci sono riuscito – Aggiunse – Ed eccomi qui, pronto per il matrimonio -. Che non era un manager avrei dovuto capirlo subito, non tanto perché non ne avesse le sembianze, ma perché la mia fama di innamorarmi degli scansafatiche mi precede. Se dovessi entrare in una stanza al buio con dentro cento uomini sconosciuti, di cui novantanove integerrimi e dediti al lavoro e uno solo senza arte né parte, io istintivamente vengo attratta da quello. 

Ettore faceva il deejay. Non che sia un lavoro deprecabile, tuttavia penso non ci sia cosa peggiore al mondo per una come me che la prima volta che è andata in discoteca coincide anche con l’ultima. Ciò nonostante, lui era troppo carino e per conquistarlo avrei anche messo in discussione la mia sanità mentale. Dopo il toy boy con il teschio tatuato sulla spalla sinistra (che alla fine mi lasciò per un tipo di nome Guglielmo), potevo sopportare anche la musica a palla e i manichini ingessati dotati di parola con i cocktail in mano. Essere la fidanzata del deejay può essere un’esperienza interessante fino a una certa età, ma se hai superato i trenta può costituire un problema non indifferente. La ragazza del deejay, inizialmente, partecipa con interesse a tutte le sue performance con dedizione e partecipazione, intonando i brani passati dalle mani del suo fidanzato. Poi, impercettibilmente, pur continuando a seguirlo negli spostamenti, mostra sempre meno entusiasmo, confinandosi in un angolino a sperare che le lancette dell’orologio ruotino in fretta. Quando l’attesa diventa insopportabile e il numero di drink consumati supera la tollerabilità epatica, la ragazza del deejay, avvilita e sconfitta, si ritrova davanti a un bivio: la sanità mentale o il loop ripetuto ogni stramaledetta sera delle solite quattro canzoni? La stanchezza prevalse anche sulla gelosia delle galline ballerine che, al di là della consolle, se lo mangiavano con gli occhi; io, l’indomani, dovevo andare a lavorare, e tirare tardi ogni sera avrebbe creato squilibri ai miei ritmi circadiani. Ero così stremata che avrei barattato un piccolo corno con qualche ora di sonno in più. Rinunciai ad accompagnarlo inventandomi una scusa diversa ogni volta, fino a quando la mia assenza iniziò a fare parte della normalità e la vera natura del mio deejay tutto occhi e musica venne fuori. Dentro la stanza al buio c’erano uomini di ogni sorta; avvocati, operai, professionisti, impiegati, studenti, sognatori. L’unico a cui “ci abbuttava pure a campare” l’avevo beccato io. La mancanza di un’occupazione stabile rappresentava un impedimento non tanto per una questione economica, ma per il fatto che il suo lavoro da deejay si frapponeva tra il mio stile di vita ed il suo. Quando io mi svegliavo per andare a lavorare, lui era appena entrato nella fase rem. I momenti di incontro in orari neutri, comodo per entrambi, si riducevano al sabato mattina e al lunedì sera, mentre la domenica, a pranzo, dovevo dividerlo con la madre e la sua impareggiabile pasta al forno. Per il resto del tempo dormiva, o era troppo stanco per fare altro. 

La passione si era consumata come una candela e, senza quella, l’idea di convivere con la sua mediocrità fu la molla che mi convinse a lasciarlo, tuttavia non ci riuscii subito. L’intervallo di tempo che passa dal momento in cui si prende consapevolezza di voler abbandonare una persona e l’effettiva concretizzazione può essere anche infinito; ci sono persone che non si lasciano mai, nonostante siano consci di essere giunti al capolinea del loro amore. Per me fu decisivo il suo spazzolino da denti. Fino a quel giorno non ci avevo mai fatto caso, anzi, mi sembrava del tutto normale che dormendo spesso a casa mia, Ettore portasse con sé la borsetta con dentro tutto l’occorrente per curare l’igiene personale, dal rasoio allo, appunto, spazzolino da denti, che sostava indisturbato accanto al mio. Una mattina però, mentre mi lavavo il viso, la sua visione mi provocò una fitta allo stomaco; verde, con il manico di gomma e residui di dentifricio tra le setole consumate, con aria minacciosa sembrava sfidarmi. In una frazione di secondo mi passò tutta la vita davanti e realizzai che quello era il punto di non ritorno. Da lì ai calzini fuori dal cesto della biancheria, la schiuma da barba sparsa ovunque, la pinza da lavandaia tra i capelli mentre riordino casa gravida di tre gemelli e la bottiglia di rum scadente nascosto in fondo all’armadio, il passo era breve. Senza staccare lo sguardo da quell’innocente spazzolino, cominciai a chiedermi quanto tempo sarebbe dovuto passare tra il suo inutile stazionamento e il momento dell’oblio. Ed è così che lo lasciai. 

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