La fidanzata del deejay (parte prima)

Trascorri un giorno di ordinaria follia all’INPS di Palermo, e ti ritroverai catapultato all’interno del sequel di “Benvenuti al sud”. Il percorso a ostacoli ha inizio dalla rocambolesca ricerca del posteggio in una zona particolarmente trafficata, in cui le auto sostano in quarta fila. Oggi sembra esserci più “movimento del solito”: da lontano, noto che il cancello dell’istituto è ancora chiuso e la strada invasa da persone, quindi deduco che ci sia in corso uno sciopero, l’ennesimo. Per sicurezza, decido di indagare; trovo un parcheggio di fortuna sulle strisce, provvisorio, e corro a chiedere delucidazioni. L’ufficio informazioni è nella persona di un tipo apparentemente poco raccomandabile, che se avesse avuto un pacco in mano non mi sarei mai avvicinata, ma la disperazione è tanta e lui risponde (o meglio, evinco, visto che parla un dialetto poco comprensibile) che non c’è nessuno sciopero: quella folla di persone è la fila. “Da, da, si scrivissi da”. Dudu da da da , canticchio tra me e me. Affronto la folla, indossando i panni di un improbabile Rambo, e conquisto il vello d’oro, ovvero il foglio su cui segnare il mio nome. Mi sento come Ulisse tornato nella città di Itaca, mentre le donnine sguaiate dietro di me, convinte che voglia scavalcarle, probabilmente sono rimaste ancora a Troia. Alle 08.10 sono la numero 157, mentre Tarallo e Giammona a seguire: lo so perché ho scritto di mio pugno il loro nome, ma non sono riuscita a vederli in faccia visto che la loro colorita richiesta verbale “Signo’, signassi pura a mia” veniva dal fondo. Martorana e Valli se la sono sbrigata da soli, non potevo restare a segnare il nome di tutti, anche se loro hanno mostrato in modo inconfutabile il loro disappunto, apostrofandomi con epiteti irripetibili. Bene, n° 157: ho il tempo di andare a prendere un caffè, in Brasile. Improvvisamente, si materializza una sprovveduta guardia giurata che apre il cancello e si assicura che la folla impazzita non lo travolga: “si entra uno per uno, le cose si devono fare per bene”, dice. L’addetto a tirare i numeri della tombola e a chiamare gli astanti è un certo Totò, che non lo fa per lavoro, ma del resto è il n° 181, il tempo in qualche modo gli deve passare. Dal n° 1 al 40 fila tutto liscio, poi un tipo con una cicatrice in faccia, con un solo nominativo pretende di fare entrare pure il fratello, la cognata, il compare, il fruttivendolo della via Montalbo e la squadra di calcetto, compresi arbitri e massaggiatori. La gente, giustamente, reclama: “Sei un castrato” e via dicendo. In qualche modo superiamo il momento di impasse: la tombola l’ha fatta la signora accanto a me, e io ci resto male perché mi mancava solo un numero. Totò finalmente chiama il 157; altro che Ulisse, mi sento un condannato a morte che ha appena ricevuto la grazia. Ad un tratto mi viene in mente che ho l’automobile parcheggiata sulle strisce, devo andare a spostarla! Fortunatamente penso a voce alta e, il ragazzo accanto a me, mi rassicura: “Un savi a preoccupari: i testa i minchia prima delle undici non si fanno vedere”. Deduco che si riferisca ai vigili; vorrei difenderli, magari affermando che svolgono solo il loro lavoro, ma ormai qui siamo diventati una famiglia, non mi va di litigare. Penso sia finita ma, entrando, mi accorgo che c’è un’altra fila, quella per prendere il numero del settore competente. Mi viene da piangere, voglio la mamma, ma almeno adesso ho il numero 88. Faccio un conto veloce e per le 13 sarò fuori, ma io per quell’ora devo essere al lavoro, quindi realizzo che la mattinata è persa. Rassegnata, faccio per andare via quando mi compare davanti proprio lui, il ricordo di Ettore che, anni fa, incontrai in questo posto dimenticato da Dio…(continua)

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