Il confuso

Mi sembra giusto iniziare con l’unico uomo che (credo) abbia amato veramente. 

Da quando io e Roberto avevamo iniziato a frequentarci, ogni volta che andava via da casa mia aveva l’abitudine di lasciare sempre un oggetto personale sparpagliato qua e là: una volta era la sciarpa di cashmere, un’altra gli occhiali da sole, un’altra ancora un pacchetto di sigarette. Non so se quella dimenticanza fosse intenzionale o semplicemente un atto di distrazione, fatto sta che la mattina seguente ai nostri incontri trovavo sempre qualcosa di suo e in me, inconsciamente, cominciava a insinuarsi la speranza che quello fosse un modo per disseminare tracce di sé, per potermi dire, in ogni momento della sua giornata, “Io sono qui, con te”. Lui era sempre con me, perché ce lo avevo dentro e mi bastava sentire il semplice tocco della sua mano per sentirmi felice. Restavamo ore e ore abbracciati senza dire una parola, ascoltando i nostri respiri,“sentendoci”e vivendoci senza bisogno di inutili spiegazioni. Non sono mai più stata così felice con un uomo. Mentre fuori brulicava la vita, le discoteche, il casino, le file in strada, i cocktail, le voci, le drink card, noi restavamo avvolti dentro al nostro micromondo fatto di coccole, sorrisi e baci. Un amore semplice, unico come dovrebbe essere l’amore, senza strategie, ripicche, liti, discussioni. Per la prima volta mi ritrovavo a parlare al plurale, a pensare per due e a mettere la coppia davanti a tutto. Mi ero innamorata anche dei suoi difetti, mi inebriavo dei suoi odori, anche di quelli cattivi. Lui e tutto il mondo fuori. È proprio così che dovrebbe essere l’amore; vivere la quotidianità continuando ad esistere, vivere in funzione di un altro senza annullarsi. Ma durò pochissimo. Ovviamente. Come tutte le cose belle, come la Nutella, come un tramonto, come una domenica di primavera, come le foglie verdi in autunno. Un rapporto breve, ma così intenso da farmi innamorare per la prima, e forse unica volta nella mia vita.

Scoprii che non mia amava nel modo più semplice: glielo chiesi. Non mi amava, o, perlomeno, non nel modo in cui mi aspettavo io. Improvvisamente, vedevo l’incantesimo dileguarsi e, nel momento in cui sentivo mancarmi la terra sotto ai piedi, iniziai a sospettare della sua presunta omosessualità. Non avevo mai voluto dare retta ai piccoli segnali, e quando me lo confessò, non realizzai immediatamente: forse lo shock o, più semplicemente, spirito di sopravvivenza.Tuttavia, a suo dire, lui mi amava, ma era quel tipo di sentimento di cui una donna non sa proprio che farsene. Fu quello il momento in cui compresi che un rapporto non va cercato, nasce e basta. Ed è da lì che sono ripartita.

Il ricordo di Roberto è ancora vivo nella mia mente. Non lo amo più, e chissà severamente lo ho mai amato, ma rimarrà il mio primo grande amore, quello che mi ha strappata dai vuoti emotivi e dall’immobilità sentimentale.Forse l’ho idealizzato, come ho sempre fatto con gli uomini che non mi hanno voluta, e non l’ho odiato neanche quando, dopo un anno dalla nostra separazione, mi usò per provare la sua virilità. Una sera mi chiamò con una scusa qualunque e si precipitò in casa mia senza darmi spiegazioni. Non lo vedevo da circa un anno e credevo di essere abbastanza forte per affrontarlo; pensavo di non amarlo più e che rivederlo non mi avrebbe creato particolari sconvolgimenti. Mi bastò sentire il suono della sua voce attraverso il filo della cornetta del citofono per ripiombare nei ricordi dimenticati, conservati gelosamente nel cassetto della memoria e iniziai a intonare una melodia immaginaria, simile a quella che avevo sentito la prima volta che l’avevo visto. Rimasi avvinghiata a lui e mi inebriai dell’odore della sua pelle; ricordi, emozioni, sensazioni, ripiombarono violentemente nella mia essenza. Neanche il tempo di dirgli “ciao come stai” che era già sopra di me, intento a strapparmi i vestiti di dosso. Sembrava una furia impazzita e, la delicatezza che lo aveva sempre contraddistinto, veniva annientata dal tocco prepotente e indeciso delle sue mani. Chi era quell’uomo? Cosa aveva fatto al mio Roberto? Mentre cercavo di ribellarmi a quell’accozzaglia di manovre confuse, scoppiai in un pianto dirotto ed esasperato ma, noncurante, continuò a palparmi, simulando istinti primordiali che non gli si addicevano.  L’epilogo fu disastroso, come le infinite volte che avevamo provato a fare l’amore. Raccolsi frettolosamente da terra i vestiti che era riuscito a togliermi nel tentativo di stuprare l’ultimo barlume di speranza che mi era rimasto e, tornato dal bagno, lo pregai di andarsene senza aggiungere altro. Mi aveva trattata da puttana e io davvero non lo meritavo. Non mi ero mai sentita così umiliata e ferita. Nel giro di dieci minuti aveva cancellato due anni di coccole e abbracci. Ancora una volta si era servito di me: mi aveva usata per provare a se stesso che non era gay, ed entrarmi dentro sarebbe stata la prova definitiva. 

Coraggiosamente, il giorno dopo, mi inviò un messaggino sul cellulare contenente pseudo scuse e giustificazioni poco chiare. Lo cancellai senza neanche rileggerlo una seconda volta e mi imposi di dimenticarlo per sempre. Non avevo scelta, non potevo fare altro. Non lo rividi mai più. Anni dopo venni a sapere, per caso, che Roberto non solo si era sposato, ma aveva anche avuto un figlio. Io, che non lo avevo mai giudicato per la sua presunta omosessualità, adesso dovevo fare i conti con la sua presunta eterosessualità, ed appurare che con lui, come donna, non ero valsa niente. Non ero riuscita a farlo sentire uomo oppure lui non lo era mai stato? Boh, non so, fatto sta che solo da poco mi sono scrollata di dosso il senso di inadeguatezza che ho indossato per anni come un abito sempre troppo largo. Non saprò mai qual è la vera natura di Roberto, e in fondo non mi importa saperlo, la cosa importante è che lui, ovunque sia e con chiunque sia, sia felice. 

Tuttavia, affermare che Roberto abbia segnato la mia vita sentimentale, vuol dire dargli più importanza di quanto meriti, tuttavia ammetterlo è un atto dovuto. 

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