Il compagno di scuola

Me lo ricordo come fosse ieri, il compagno di scuola della III A. Bello come il sole, era il ragazzo più popolare dell’istituto e mai avrei immaginato che potesse interessarsi a una come me. Prima di invitarmi alla sua festa di compleanno, c’erano stati diversi tentativi di avvicinamento da parte sua dei quali non mi ero accorta, convinta che per lui neanche esistessi. La sua età anagrafica contava una manciata di mesi in più rispetto a quelli che avevo io, ma nel complicato mondo dell’adolescenza tale divario rappresenta una spartiacque netto tra gli alunni delle prime, considerati ancora bambini, e quelli delle terze, rispettati da tutti per la loro maturità. Da ragazzina timida e impacciata qual ero, rifiutai senza indugio quell’invito. Mi imbarazzava l’idea di prendere parte a una festa di ragazzi più grandi che, quando mi incrociavano nei corridoi tra un cambio d’ora e un altro, neanche mi degnavano di uno sguardo. A lui, però, a quanto pare, non ero indifferente e da vero maschio non si arrese in seguito al mio diniego. L’indomani del compleanno a cui non partecipai, mi fece recapitare da un compagno un bigliettino colorato con su scritto a chiare lettere “Ti vuoi mettere con me?” e a seguire tre caselle su cui apporre un segno di spunta : “Si, no, ci devo pensare”. Dall’alto dei miei undici anni, mi riempii di orgoglio per quella dichiarazione d’amore così retrò anche per quei tempi e per giorni, nella mia classe, non si parlò d’altro. Diventai l’eroina del mese, anche se dietro l’ammirazione delle mie compagne si celava una buona dose di invidia. Il tipo più attraente della scuola tra mille aveva scelto me, una ragazzina anonima e ossuta. Inutile dire che, tra le alternative che mi proponeva, scelsi la più ovvia, anche perché lo avevo respinto una volta, non potevo permettermi di tirarmela tanto. Il bigliettino tornò al mittente con tanto di crocetta sulla casella del sì, ed ero stata anche tentata di disegnare un cuore per rendere più efficace la risposta, tuttavia non mi sembrava il caso di esagerare. Ci fidanzammo, ma che io ricordi quel ragazzo non lo incontrai mai da sola. Andammo avanti una settimana a forza di messaggi cartacei, in cui ci dichiaravamo eterno amore. Poi, un giorno, pretese addirittura di vedermi, e me lo comunicò attraverso l’ennesimo messaggero d’amore, la mia compagna di banco. L’appuntamento era stato fissato per le tre all’angolo della chiesa, a metà strada dall’abitazione di entrambi. Non ci andai, e, ancora oggi che sono passati tanti anni, convivo con questo rimorso. Essere la sua fidanzata lo avrebbe autorizzato a prendersi delle libertà per le quali non mi sentivo pronta. Temevo che mi avrebbe baciata con la lingua, e io mi trovavo in quell’età in cui la sola idea mi faceva rabbrividire. I racconti delle mie amiche circa i baci alla francese, a peggiorare le cose, mi avevano trasmesso un senso di disgusto che superava di gran lunga il desiderio di stringerlo tra le mie braccia. Del resto io studiavo l’inglese, e non vedevo il motivo per cui dovessi conoscere anche il francese. Il giorno seguente, l’ennesimo ambasciatore mi comunicò, stavolta oralmente, che il tipo mi lasciava per una certa Gina, probabilmente di nazionalità francese. Aggiunse, non senza imbarazzo, che voleva essere onesto, non gli sembrava giusto mettersi con un’altra mentre era ancora fidanzato con me. Nessun maschio, dopo di lui, si è più comportato da uomo come quel ragazzino brufoloso della III A, e solo per un caso del mio destino non è in mio ex. Per fortuna sua.

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1 pensiero su “Il compagno di scuola

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