I fidanzati delle norvegesi (Fabio)

 

Fabio era il classico amico di amici, conosciuto per caso un sabato sera al ristorante messicano. Ammicca di qua, ammicca di là, messaggi del genere “sono disponibile per varie ed eventuali”, erano stati il suo biglietto da visita, che a me sembrò sufficiente per giungere alla conclusione che fosse interessato, almeno a conoscermi. Di sicuro era interessato, ma non a me, bensì a rimpolpare il suo ego e a manipolare il mio a suo esclusivo uso e consumo. Il suo obiettivo non era viversi una relazione, neanche di natura prettamente sessuale; a lui interessava piacere, tenere la sua autostima a livelli soddisfacenti allo scopo di non sentirsi l’uomo mediocre qual era, tanto, comunque, una fidanzata ce l’aveva (cosa che scoprii in corso d’opera) e l’ammirazione delle altre gli serviva ad aggiungere punti al suo curriculum immaginario, che sfogliava di tanto in tanto per non sprofondare nel vuoto della sua sciattezza. Viveva una relazione a distanza da due anni con una ragazza di Oslo che aveva conosciuto durante un viaggio a Cuba. A quanto pare, si erano piaciuti fin da subito e la passione che li aveva travolti durante quel soggiorno, non si spense neanche quando furono costretti a separarsi per tornare nelle rispettive città. Quello che mi stupiva di più, era come fosse possibile che, tra l’immensità di figa di buon livello appartenete al sesso femminile autoctono del paese natio della sua tipa, lui si era andato a scartare la più cessa. Non che pensi che l’aspetto fisico in amore sia un requisito fondamentale (io, di cessi, ne ho avuti molti) ma Fabio era quel genere di esemplare maschio che di una donna lo colpivano gli infinitesimi particolari e, oltre ad assicurarsi che fosse ben accessoriata di culo e tette, disprezzava la ricrescita alla radice della cute, i pori della pelle del naso troppo dilatati, la calze smagliate, le sopracciglia non curate, e si indignava se lo smalto sul mignolino era leggermente scheggiato o la matita sugli occhi impercettibilmente sbavata. E poi, cosa fa? Si va a mettere con una cozza, con i gambaletti color carne e la pinza da lavandaia nei capelli. Tuttavia, nonostante l’apparente superficialità, a me piaceva, almeno all’inizio, prima di scoprire che la sua sensibilità fosse pari a quello di uno scaldabagno spento. Nonostante in più di un’occasione avremmo potuto consumare quel desiderio reciproco, io mi tenevo ben lontana dal cedergli. Aspettavo, anzi, speravo, che un bel giorno, affacciandomi dal balcone di casa, avrei scorto un messaggio scritto sull’asfalto che recitava: “L’ho lasciata, scendi che cominciamo la favola”. E invece, niente, e mi sentii più sfortunata di Paola, la mia ex alunna che si addormentava prima di ascoltare la fine delle fiabe; almeno lei le cominciava, io neanche quello. Poi, senza alcun preavviso, un giorno mi baciò all’uscita del cinema in cui eravamo andati con alcuni amici. Fu un bacio molto tenero e delicato, dato con gli occhi aperti da entrambi, e con le mani incrociate le une nelle altre. Non proferimmo parola fino al posteggio in cui avevamo parcheggiato l’auto, e ci salutammo con un abbraccio, e un altro piccolo bacio. Dopo di che il nulla. Sparito. Morto. Deceduto. Partito per Oslo due giorni dopo, senza un messaggio, una spiegazione, niente di niente. Si materializzò all’incirca dopo quaranta giorni, che coincisero casualmente con quelli della Quaresima. Lo rividi il giorno di Pasqua, a un pranzo organizzato con gli amici degli amici. Non mi aspettavo di vederlo, e la sua visione fu un po’ come la Resurrezione di Cristo: inspiegabile, ma rassicurante. Trascorsi tutto il giorno con il muso, sebbene provassi in tutti i modi a dissimulare la mia angoscia e, dentro di me, anelavo che Fabio mi tirasse fuori dall’angolino in cui mi ero rifugiata come fa Patrick Swayze con Baby in Dirty Dancing. La crudele realtà si insinuò viscida, e l’angolino si trasformò in un baratro in cui sprofondai miseramente, sconvolgendo il corso di quel pomeriggio di festa. – Ciao, come stai? –  furono le sue uniche, fredde parole che mi rivolse. Neanche un bacio sulla fronte, una stretta di mano, un pugno in pieno volto, almeno sarebbe stata una reazione. Ma che gli avevo fatto? Risposi a quella domanda di circostanza con un banalissimo “Bene, grazie, e tu?”. Mai mi sarei sognata di reclamare spiegazioni a uno che non sentiva l’esigenza di darmene, ma non fu necessario indugiare oltre visto che, ad affondare il colpo finale, ci pensò lui, senza che nessuno glielo avesse chiesto. – La verità – mi disse – è che ti sei solo fatta delle illusioni, io non ho mai provato niente per te -. Secco, come l’unico colpo in canna durante una roulette russa a cui ti hanno costretta a partecipare. Ma chi ti ha chiesto niente, coglione? Ma, soprattutto, tutti quei messaggini con le faccette e i “che ti farei”, gli escamotage non andati a buon fine per restare da solo con me, gli abbracci, le carezze, gli sguardi di complicità e, per ultimo, il bacio in bocca, che cos’erano? Non dissi niente, lo guardai, forse rivolgendogli una smorfia, mi alzai e girai le spalle. Del resto lo scaldabagno è superato, io a casa ho il gas. Ovviamente non rividi né lui, né gli amici di amici. 

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