Ci sono novità?

Le mie nonne me lo dicevano sempre: se non sai stirare le camicie, non troverai mai un uomo. Per non rischiare, non l’ho mai voluto imparare.

Quando mia nonna era ancora viva, andavo a trovarla due sabati pomeriggio al mese, nella grande casa in periferia nella quale è cresciuta mia madre. Era un momento speciale per me, non perché mia nonna fosse particolarmente affettuosa o prodiga di attenzioni, anzi, ad essere precisi non lo era affatto, ma mi piaceva l’odore che emanavano le pareti delle stanze, sapevano di famiglia, soprattutto quelle del salone arredato in stile anni cinquanta, dove sostava beata una sedia a dondolo color avorio, sulla quale trascorrevo quei sabati pomeriggio cullandomi in tutta tranquillità. Mia nonna era una donna anticonvenzionale, libera, diversa dallo stereotipo che vede le nonne tutte biscottini e uncinetto, e forse mi piaceva proprio per questo. Non cercava l’approvazione degli altri, o per lo meno non era una sua priorità, e quest’abitudine a vivere secondo i propri schemi l’ha trasmessa, come fosse un carattere ereditario primario, a mia madre, e da mia madre, probabilmente è passata a me. Tuttavia, sebbene mia nonna fosse “moderna” e in alcune occasioni si sforzasse di sembrare fredda e scostante (per paura, forse, di mostrare le sue fragilità), era pur sempre una donna dei suoi tempi, ancorata al vecchio stile di intendere la vita, per cui, l’idea che io e mia sorella non fossimo impegnate in una relazione sentimentale e che non ci struggessimo per la nostra “condizione”, la preoccupava non poco. Nonostante avesse vissuto secondo i suoi modelli, non riusciva a concepire una vita senza un uomo e dei figli, insomma, non avrebbe saputo dare un senso alle sue giornate, tra una pila di panni da stirare e piatti da lavare. Io avevo solo diciotto anni, eppure mia nonna era irrimediabilmente angosciata; chi avrebbe “portato il pane a casa”? Per chi avrei cucinato e sbrigato i mestieri di casa? Cosa avrei fatto tutto il giorno senza un marito? A chi avrei stirato le camicie? Tasto dolente quello delle camicie, e per anni fui tentata dal presentarmi in uno di quei sabati pomeriggio con una appena raccolta dallo stendibiancheria. Non lo feci mai, per paura che le prendesse un colpo.

A parte i sabati pomeriggi trascorsi sulla sua sedia a dondolo nella grande casa di periferia, non vedevo spesso mia nonna, per cui sfruttava quei momenti per ricordarmi che prima o poi avrei dovuto trovare marito. Quando cominciai a diventare matura e capace di intendere e volere, essendo mia nonna una donna dotata di grande intelligenza, limitava il più possibile le occasioni di mostrare il suo disappunto circa il mio, inaccettabile, stato civile che, più di una volta, definì incivile. Sapeva che, se avesse insistito, non avrebbe cavato un ragno dal buco, e, anzi, la sua preoccupazione avrebbe ottenuto il risultato opposto, cioè avrei abbondonato definitivamente l’idea di convolare a nozze. Indagava, questo sì, e cercava informazioni a destra e a manca: chiedeva alle mie zie, a mia sorella, a mia madre, se per caso non avessi cambiato idea. In realtà, non avevo problemi con i ragazzi, anzi, mentre mia nonna era ancora viva mi fidanzai diverse volte, tuttavia non mi venne mai in mente di confidarglielo; presentare un fidanzato ai miei parenti, equivaleva ad una promessa di matrimonio, e mai avrei costretto il malcapitato del momento a sorbirsi pranzi domenicali e inquisizioni domestiche prenuziali. Il fatto che non avessi mai “portato” nessuno a casa, al contrario delle mie cugine che invece sfoggiavano anelli e corredi di ogni sorta, inoculò nella testa dei miei parenti l’idea che ci fosse qualcosa sotto, tipo una presunta omosessualità, ma la supposizione durò il tempo di un caffè, perché la mia femminilità era troppo generosa da confermare quella teoria. Si rassegnarono, arrivando alla conclusione che, semplicemente, avevo un “malo carattere”, per cui venni incasellata nel limbo delle “single per scelta degli altri”, un modo diplomatico per dire che non mi voleva nessuno. Accettai con gioia quella definizione, (tutto pur di non sentirmi violata nella mia intimità) e lentamente, il mio caso fu archiviato come impossibile, e così ricominciai a vivere. L’unica che non si arrese, fu mia nonna che, sebbene avesse smesso di fare domande e impicciarsi oltre modo, continuò a nutrire la speranza di vedermi, un giorno, sull’altare con il vestito da sposa. Non potendo indagare in maniera diretta, si inventò la strategia delle “novità”; ogni volta che andavo a trovarla, quei due sabati pomeriggio al mese, se ne usciva con quella domanda generica, che la teneva, a suo dire, lontana da qualunque riferimento. – E dimmi, dimmi…ci sono novità? – e con quel “novità”, intendeva proprio quello, per lei la novità era se avevo trovato lo zito. A nulla valevano i miei tentativi di sviare il discorso e informarla sui miei successi scolastici, i viaggi, i progetti di lavoro; l’unica novità degna di nota per lei era legata ad altro, e quando andavo via, leggevo nel suo sguardo un’ombra di delusione amara, segno tangibile della sua sofferenza per il fatto che, per lei, fossi una donna perduta. Avrei voluto consolarla, rassicurandola del fatto che io ero felice a prescindere da un uomo, e che riempivo le mie giornate con altro, ma il suo modo di concepire l’esistenza era troppo lontano dal mio, quindi stavolta mi rassegnai io, e cominciai a fingere di soffrire per quella mancanza nella mia vita. Non era gran cosa, ma almeno mia nonna poté dormire sogni tranquilli confortandosi con il pensiero che non era colpa mia se non trovavo fidanzato, ma che fossi semplicemente sfortunata.

Sono trascorsi diversi anni da quei melanconici pomeriggi sulla sedia a dondolo, eppure le cose non sono cambiate di molto. La possibilità che una donna sia realizzata a prescindere dalla coppia, scandalizza ancora: non è tanto il fatto che sia single (poverina…ma prima o poi lo incontrerà pure lei) ma è l’assenza di preoccupazione, perché è inaccettabile che una donna possa vivere tutta la vita, o gran parte di questa, da sola, senza provare rammarico. E così, quando capita di incontrare qualcuno che non vedo da tempo, la prima domanda che mi rivolgono, ancora prima di informarsi sul mio stato di salute (“Come stai, da quanto tempo!” Vengono dopo) è proprio quella: ci sono novità? – Si, porca miseria ci sono novità: mi sono unita al gruppo del professore della Casa di carta e adesso mi chiamo Las Vegas, oppure no, ci ho ripensato, mi trasferisco nell’isola di Samoa e vivrò degli introiti raccolti con la vendita delle collanine ai turisti, o meglio, ho deciso di fare un crowdfunding per realizzare il mio sogno di cambiare sesso –  Ecco, un volta tanto mi piacerebbe rispondere così, tuttavia non servirebbe: nulla li sconvolge di più del fatto che non abbia lo zito, e nei loro occhi leggo la stessa delusione che rintracciavo in quelli di mia nonna, come se togliessi qualcosa a loro, come se l’amore (come lo intendono loro) fosse un dovere e non una possibilità.

Inevitabilmente, il pensiero mi riporta a lei, mia nonna, alle mie nonne, e alle loro sincere preoccupazioni. Vorrei che mi guardassero oggi, che vedessero la donna che sono diventata, autonoma e indipendente, felice e realizzata, con all’ attivo un numero indefinito di relazioni tutte uguali tra loro. Forse avevano ragione loro, dovevo imparare a stirare le camicie, almeno le mie, ma ormai è troppo tardi, o forse no. Inizierò dal colletto, e le indosserò sotto i maglioni, in modo che non si veda la parte non stirata. Poi si vedrà.

Kit di sopravvivenza per camicie stropicciate: 

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1 pensiero su “Ci sono novità?

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